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Castello Marchesi del Carretto

Castello Marchesi del Carretto


La stampa ottocentesca del Gonin ci rende in modo mirabile l'imponente massa del Castello di Saliceto (costruito tra il dodicesimo e il tredicesimo secolo) di pianta quadrata, rinforzata da tre torri agli angoli. Una quarta torre, fu rovinata ed abbattuta durante l'assedio spagnolo del 1639. Nello stesso assedio un cecchino salicetese, appostato sul campanile, uccise con un colpo di moschetto alla testa Don Martino D'Aragona, comandante delle truppe spagnole, che la tradizione vuole sepolto nel Monastero di Millesimo. La struttura attuale dell’edificio è il risultato di successive trasformazioni e ricostruzioni che hanno tuttavia mantenuto alcuni caratteri tipici delle architetture fortificate presentandosi come un vasto blocco rettangolare con tre torri quadrangolari sugli spigoli e l' inserimento di una quarta torre, esternamente in legno per accordarsi con l' architettura dell' edificio. Fondato come fortilizio, ad uso esclusivamente militare e non residenziale, il castello era anticamente cinto da un fossato (di cui permangono intatte le tracce) ed era accessibile tramite un ponte levatoio, poi rimosso e sostituito da una rampa in muratura di pietra e mattoni che si conclude con un ponticello fisso che conduce all’imponente portale di accesso. All’interno della torre meridionale sono inoltre ancora visibili le tracce di un antico passaggio, oggi murato, che dovette collegare il castello con la più antica e ormai completamente diroccata fortificazione, sita sulla collina Margarita. Nella zona aperta sul cortile interno, si trovano infine i resti di una piccola cappella affrescata, di particolare pregio storico e artistico. Gli affreschi che decorano questo piccolo spazio rappresentano una natività con bambino riposto non nella classica mangiatoia, ma in un piccolo letto. In cima, l' annunciazione degli Angeli ai pastori. A sinistra della parete di fondo si apre una nicchia piuttosto profonda dove, recentemente, sono state scoperte altre pitture: colpisce un raffinatissimo sistema floreale di tralci di vite attorno all' affresco centrale e la simbologia della stella di Davide. Due immagini di donna (le probabili sibille leonardesche) inserite in un gioco di semicerchi e triangolo sono collegate all' Agnus Dei che versa il suo sangue nella coppa del Santo Graal, a cui è sovrapposta una grande croce gemmata, sotto questi, lo stemma carrettesco, a confermare l’onnipresenza del potere dei marchesi, fautori di questa piccola, ma pregiata, impresa decorativa. L’analisi stilistica e iconografica di questo piccolo ciclo, caso unico nell’area valbormidese, ha portato alla sua datazione all’ultimo decennio del 1300.Vi è, per gli studiosi che hanno esaminato il ciclo, l’intervento di un maestro dalle qualità tutt’altro che mediocri, in grado di maturare e personalizzare le esperienze artistiche maturate ad Assisi e, nell’ambito giottesco, probabilmente il senese Taddeo di Bartolo. Le sale interne al piano superiore sono state da poco ristrutturate e presentano un ciclo di affreschi liberty dell' 800 o primo 900.